Un visionario “RisiKo” geopolitico

È il 2011 quando Serradifalco, attratto dalle geografie lontane e affascinato dalla possibilità di compiere scorribande tra i linguaggi, dalla fotografia a una specie di pittura digitale, elabora “Web Landscape Photography”. Un progetto artistico che gli consente di viaggiare virtualmente per tutto il pianeta, alla ricerca di un nuovo modo di osservare e reinterpretare i paesaggi della Terra. È stato così tra i primi artisti a realizzare, tramite il web, reportage fotografici con l’utilizzo esclusivo di mappe satellitari. Serradifalco sa bene come i rapporti tra arte e geografia abbiano una lunga tradizione, che va dal concorso nella creazione delle mappe alla storia della pittura di paesaggio. Negli ultimi decenni questi legami sono andati modificandosi, per individuare nuovi e ulteriori parametri, alla luce di una ridefinizione del mondo in un’epoca che va oltre la modernità. Lo ha evidenziato magistralmente Francesco Tedeschi nel suo saggio “Il mondo ridisegnato. Arte e geografia nella contemporaneità” (Vita e Pensiero, 2011), sottolineando che la geografia nella ricerca artistica contemporanea è un modello di conoscenza e di appropriazione del mondo, base per l’invenzione di luoghi ideali, terreno in cui coltivare sensibilità per temi quali la difesa dell’ambiente, la gestione della globalizzazione, i flussi migratori, la cooperazione e la pace tra i popoli, la gestione dei conflitti. In questo alveo di ricerca si collocano le “Earth Flags”, cioè le personalissime mappe-bandiere di Serradifalco, non a caso da me sottotitolate “Transcending Boundaries”, perché rivisitate all’interno del perimetro di un visionario “RisiKo” geopolitico, che travalica i confini codificati dall’uomo. In cui paesi separati da modelli economici e di sviluppo, confessioni religiose, dalla storia come dalla geografia politica convergono, si intersecano, l’uno a completare l’altro. E nel simbolo più emotivamente sensibile per ciascuno, vale a dire la bandiera nazionale. A lungo si è ritenuto che la volontà di Dio, o della natura, potesse aver effettivamente disegnato delle regioni “naturali” per destinarle a una civiltà, a un popolo, a un paese. Ma il “confine naturale” non esiste. Lo spiegarono chiaramente lo storico Gaetano Salvemini e il geografo Carlo Maranelli nel 1918: «non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo». L’artista palermitano contribuisce pertanto, a chiarire l’equivoco attraverso il quale le teorie geografiche furono utilizzate per esprimere punti di vista di parte, pervasi dalla tendenza culturale predominante, dal cosiddetto “spirito del tempo”. E Serradifalco lo fa innanzitutto da affabulatore: da meraviglioso costruttore di sofisticate favole evocative, nelle quali si accarezzano, a ogni piè sospinto, “Earth Flag” dopo “Earth Flag”, realtà e trasfigurazione. Come le mappe, i percorsi e i mappamondi di Piero Manzoni, Claudio Parmiggiani, Alfredo Jaar, Hamish Fulton e, in particolare, del suo padre putativo Alighiero Boetti, questa recente produzione dell’artista palermitano rappresenta un planisfero politico, in cui territori diversi assemblano i colori e i simboli della bandiera di altri: a ricordare che nel mondo popolazioni ed etnie diverse sono fondamentali per l’equilibrio di quell’ecosistema che risponde al nome di genere umano. Le bandiere ottenute dal patchwork satellitare di Serradifalco resistono, tuttavia, alla tradizionale obsolescenza dei simboli che, invece, ha cristallizzato anni prima un altro suo inspiratore implicito, Jasper Johns. L’attuale bandiera statunitense non ha più, infatti, le 48 stelle eseguite dal celebre artista americano, bensì 50, dopo l’annessione dell’Alaska e delle Hawaii, e non più disposte ortogonalmente, ma alternate. Quella a stelle e strisce intessuta da lacerti di fotografie satellitari dal nostro artista siculo prefigura, invece, un presente in movimento, sdrucciolevole e liquido che rischia di diluirsi anche nel prossimo futuro, celando nel blu di fondo, sul quale si stagliano le tipiche stelle, il mar Mediterraneo compreso tra la Libia e l’Italia, la rotta battuta oggi da un’ondata migratoria sempre più critica. Una scelta questa di Serradifalco per interrogarci, ancora una volta, in maniera tutt’altro che implicita: è proprio vero che la geografia serve a fare solo la guerra, compresa quella economica? E se ci fosse un’altra geografia possibile per riflettere e agire sul mondo quando proviamo a osservarlo per esempio, come in questo caso, dal satellite adottando il medesimo punto di vista di Dio? Insomma la carta geografica è un indicatore forte del potere politico e si presenta, pertanto, fisiologicamente fredda, astratta. E l’artista siciliano (come altri artisti contemporanei, a partire dalla palestinese Mona Hatoum) intende scardinarla proprio per questo a nuove emozioni. Ecco spiegate, forse, quelle sottili sfumature personali di perdita, il disorientamento e il senso d’esilio esistenziale che producono le “Earth Flags”, intrise come sono – attraverso un’estetica sapiente – di nostalgia inquietante di un futuro migliore possibile, ma poco probabile, in una società ormai assuefatta a chiudere gli occhi difronte a scomode verità.

 

(Testo di Cesare Biasini Selvaggi, dal catalogo “Earth Flags. Transcending Boundaries”)