Terra, arte e nuovi media

Ogni giorno siamo costantemente investiti da notizie e soprattutto immagini che descrivono il nostro pianeta come una grande nave alla deriva. Gli ultimi anni sono stati estremamente critici quasi a determinare un punto di non ritorno da un destino catastrofico. Quello che viene considerato sviluppo sembra molto spesso un ossimoro e corrisponde ad un deterioramento della condizione del globo. Le scoperte e le evoluzioni umane in realtà non sempre tengono conto di una fondamentale prerogativa: la salvaguardia del nostro ambiente. Fortunatamente esistono fenomeni di controtendenza e acuta sensibilità ai quali è necessario guardare con grande attenzione al fine di re-inventare il nostro futuro. Non è assolutamente un caso che con maggior frequenza sentiamo parlare della necessità di risvegliare le nostre coscienze, di saper apprezzare e rispettare tutto ciò che ci circonda. Input indispensabili che si percepiscono osservando le opere raccolte in SPACEARTH, la mostra in anteprima a LABottega di Marina di Pietrasanta che riunisce per la prima volta sei dei maggiori artisti di fotografia satellitare accomunati dalla passione per la reinterpretazione dei paesaggi terrestri realizzata tramite l’utilizzo delle tecnologie web.

Ritengo che Jenny Odell (U.S.A.), Max Serradifalco (Italia), David Thomas Smith (Irlanda), Federico Winer (Argentina), Stephen Lund (Canada), Carloalberto Treccani (Italia) hanno dato vita ad un nuovo movimento culturale per la Terra che intende sviluppare un inedito concetto di paesaggio ed al tempo stesso lanciare un forte monito per la salvaguardia del nostro pianeta valorizzando le bellezze ambientali, immortalando momenti della nostra epoca, scoprendo particolari conformazioni che solo attraverso il mezzo satellitare è possibile mettere in luce.
La relazione fra arte e tecnologia ha permesso già in passato di raggiungere importanti cambiamenti sociali ed intellettuali. Penso in primis al progetto mai realizzato da Nam June Paik nel 1962 che prevedeva di far suonare una composizione al pianoforte a due musicisti: il primo da San Francisco avrebbe usato la mano sinistra e il secondo da Shanghai la mano destra, con il risultato che i due suoni si sarebbero ascoltati sovrapposti grazie alla trasmissione via satellite. Quattordici anni più tardi Douglas Davis riuscì dallo stadio di Houston a lanciare al mondo, per dieci memorabili minuti, i suoi Seven Thoughts (1976). Momento altrettanto indimenticabile della storia dell’arte contemporanea è stato Hole in Space (1980) di Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz: per tre sere consecutive due schermi installati rispettivamente presso il Lincoln Center di New York e il Broadway Store di Los Angeles furono collegati via satellite riproducendo in tempo reale le immagini provenienti dalle due coste degli Stati Uniti. Il risultato fu quello di un grande happening di interazione fra il pubblico.
Oggi il gruppo di fotografi satellitari, insieme grazie all’essenziale e costante impegno di Max Serradifalco, oltre al satellite possono avvalersi di un’altra strumentazione del nostro tempo: il web. Le loro opere nascono infatti dall’utilizzo delle applicazioni del grande colosso Google che dal 2004 permette di esplorare ogni angolo del nostro pianeta in diverse prospettive. Le loro visioni, pur nascendo da decodificazioni ed estetiche diverse, creano un connubio indissolubile fra Terra, arte e nuovi media che permette di guardare ad un futuro di condivisione e consapevolezza. Osservando queste immagini, scattate in diversi luoghi del mondo, si vive una sorta di telepresenza, quella che Lev Manovich definisce “il mezzo non per creare un nuovo oggetto, ma per accedervi, per allacciare relazioni, per osservare ciò che avviene in un luogo remoto”.
SPACEARTH è un viaggio alla riscoperta dei territori più preziosi e talvolta nascosti della Terra che attraverso le opere presentate dagli artisti fotografi satellitari possiamo finalmente tornare ad ammirare ed amare.

Maurizio Marco Tozzi