L’utopia del vedere e realtà della visione

Forse la poetica che sta alla radice delle opere di Massimiliano Serradifalco si potrebbe sintetizzare nella illuminante frase che aleggiò durante una delle tante conversazioni che hanno cementato l’amicizia tra un giovanissimo fotografo e un attempato storico dell’arte che cerca la poesia nel fare di ogni artista. Convenimmo sull’assioma che “fotografare non è soltanto scrivere con la luce, ma riprendere la realtà per vedervi oltre la visione” servirsi cioè del mirino e utilizzare tutti i mezzi tecnologici a disposizione, come strumenti del fare, per indagare e penetrare l’universo che ci circonda: Saper vedere e vedere per sapere. Nella ipotetica realtà della visione sono infatti possibili infinite chiavi di lettura che, oltre a quelle derivanti dalle singole capacità visive e cognitive, le nuove tecnologie consentono di ampliare e approfondire per osservare la Natura in modo sempre nuovo e diversificato e metterci in relazione col mondo mutando appunto orizzonti e prospettive. Pensiamo nel nostro caso alla possibilità della visualizzazione satellitare da cui è partita l’esperienza visiva dalla quale Serradifalco trae la sua ispirazione per le opere che lo hanno fatto conoscere tra gli artisti di questa nuova fase della Land Art cui certamente appartiene la sua esperienza artistica. Del resto proprio negli anni ’70 del secolo scorso Barry Adams poneva il tema del rapporto tra Natura e Cultura per salvare appunto l’ambiente messo a dura prova dalle scorie della tecnologia imperante e ricordando che arte e paesaggio erano ancora in armonia fino a quando la civiltà agricola dell’homo faber non cedette il posto all’homo tecnologico che ha inquinato il mondo con le scorie delle fabbriche industriali e una grande quantità di ossido di carbonio accelerando così il processo naturale del mutamento climatico in atto. E sono di quel tempo la famosa Spiral Jetty di Robert Smithson e le opere degli altri giovani artisti di Earth Works che ebbero come vocazione il particolare rapporto tra l’opera e il territorio in cui agivano aprendo così un nuovo capitolo nella storia delle arti visive. Proprio in quegli anni, con la tecnica spettacolare dell’impacchettamento inventato da Christo, l’esigenza di salvare il paesaggio e le opere d’arte che esso conteneva raggiunse il pubblico internazionale suscitando un interesse non soltanto di natura estetica che, come accadde con la musica dei Beatles, divenne un fenomeno sociale trasformando il gusto e la cultura delle giovani generazioni. Il fatto che Max Serradifalco sia nato quattro anni dopo che Christo e Jeanne-Claude avevano “impacchettato” a Roma la Porta Pinciana e che fosse già nata la Land Art e imperversassero i gruppi musicali e le varie correnti del Postmodern, la dice lunga sulle sue scelte etiche ed estetiche e sembra perciò naturale che oggi egli ci presenti queste coerenti e inusitate EARTH FLAGS, immagini di bandiere del mondo che traggono i colori della loro consistenza pittorica proprio dalla terra, significando, attraverso la visione dall’alto, la diversità che distingue gli abitanti del mondo figli dello stesso humus attraverso il quale, come suggerisce l’artista con le sue originali opere, tutti gli uomini hanno la stessa dignità e valore. In esse, dove il giallorossastro del deserto libico è simile a quello delle rocce della cordigliera andina e il bianco delle cave di marmo di Carrara è simile a quello delle nevi dell’Antartide, e il blu degli oceani si fa cielo e desiderio di pace interiore, si deve riconoscere la stessa umanità e lo stesso legame sacrale che nasce dalla comune terrestrità e dalla comune umanità. Max usa le immagini satellitari della terra e delle sue differenti zone climatiche come fossero colori e materiali plasmabili di una tavolozza cromatica paragonabile a quella di cui si servono ancora i pittori della tradizione quando dipingono le loro tele e ritraggono i paesaggi terrestri che ora il satellite capta e l’occhio dell’artista utilizza a suo piacimento e secondo la sua sensibilità cromatica adeguandola all’idea che intende trasformare, appunto, in immagine. Un’arte visiva la sua che utilizzando strumenti tecnologici, vuole mostrare ciò che non si vede ma che è parte di quella realtà visibile che l’artefice intende vagheggiare e indagare. Anche in questo nostro tempo di inusitate scoperte e invenzioni che segnano il trionfo della scienza e della fantascienza, il nuovo artista resta comunque ancora un artifex che manovra, manipola, si crea nuovi strumenti e supporti per tentare di vedere e svelare ciò che è invisibile e incognito e di materializzare i sogni e le fantasie che amplificano la coscienza dell’Homo sapiens-tecnologico giunto oggi ad una svolta epocale già definita fin dal 1982 “antropocene” da Eugène Stoermer e divulgata da Paul Creutzen con il libro edito nel 2000 “Benvenuti nell’antropocene “ con il quale si sottolineavano gli aspetti inquietanti della civiltà contemporanea che dalla prima rivoluzione industriale ad oggi ha ignorato ogni rispetto per l’ambiente creando una irresponsabile crasi nell’armonia biologica e rincorrendo quel “penoso incivilirsi dell’uomo” che già Ungaretti consapevolmente additava accusando la firma pervasiva di ogni intervento umano e della sua ingordigia nei confronti della Natura. Le fantasiose ricostruzioni che con mirabile fare ludico Max propone nelle sue variegate immagini sono invece tecnologicamente supportate da una precisa scelta che è in fondo la proiezione psicologica su “scala altra” di ciò che il pensiero visivo può cogliere e vedere attraverso i nuovi strumenti che l’artista sa inventare o utilizzare per la sua ricerca e in rapporto con l’iconografia che la storia dell’arte ha tramandato dalla classicità ad oggi e che la fotografia satellitare, con la sua insita possibilità di penetrare infinitamente dentro l’immagine e trasformarla in un nuovo “varco” dal quale sempre nuovi particolari vengono alla luce e a loro volta altre “soglie” dilatano, quando, armonicamente coerenti, si fanno “immagine altra” di una utopia catartica e necessaria. Le sue bandiere terrestri perché ottenute con i colori e le concrezioni offerte dalla terra nel gioco ambiguo tra oggettività e soggettività, arte e tecnologia, ritratto ingannevole della Natura tra virtualità e materialità, sono visione satellitare e antica arte perché ciò che egli mostra non è quello che vediamo ma ciò che egli intende farci vedere e che crede di vedere. Dunque si passa dal mito della oggettività del mirino alla consapevolezza scientifica che il mirino altro non vede se non quello cui miriamo e cioè la realizzazione di un sogno che noi facciamo insieme all’artista che si è fatto regista e scenografo per farne icona godibile del nostro presente. Dopo più di quaranta anni, con Serradifalco, l’ipotesi dell’impacchettamento come richiamo all’impegno e alla conoscenza, viene dunque capovolta poiché si tratta ora di un “disvelamento” all’infinito di una realtà visiva che è inganno e possibile verità scritta ancora con la luce da un giovane artista che, intingendo il suo calamo tecnologico nel cielo delle cromie satellitari restituisce alla terra il suo ruolo e la sua dignità di madre e di Musa ispiratrice del presente trasmigrante nei mille paesi del mondo rievocati non con anonime stoffe ma con tele-fotogrammi assemblati che lo rappresentano, visto dal cielo dell’arte nelle sue mille sfaccettature e contraddizioni, ma proteso verso il nuovo umanesimo e un’antropogeografia fondata sul rapporto armonico tra l’uomo e il suo ideale paesaggio terrestre.

 

(Testo di Piero Longo, dal catalogo “Earth Flags. Transcending Boundaries”)