Intervista per Small Zine

 

Come nasce l’idea di questo particolare tipo di fotografia?
Nasce da una semplice intuizione avuta nel 2011. Lavoravo come grafico in una nota tipografia a Bagheria e mi dedicavo già da quattro anni con passione alla fotografia paesaggistica nel tempo libero. Mosso dal gusto per la sperimentazione, ricordo che in tre mesi elaborai l’idea che oggi è possibile continuare ad essere un vero fotografo, scegliendo di compiere dei viaggi virtuali, tramite internet.

Max, come nascono la passione per la fotografia paesaggistica, l’amore per la Terra, il desiderio di rendere la tua arte portavoce anche di messaggi ambientalisti?
Sono sempre stato innamorato della natura, ma probabilmente l’aver trascorso ogni estate della mia infanzia tra gli agrumeti della campagna palermitana deve avere influito. Il resto è avvenuto gradualmente. Osservare mio padre nel suo laboratorio di fotolito e l’essere successivamente divenuto grafico – con l’avvento dei primi sistemi computerizzati – hanno fatto sì che il mio occhio si allenasse alle immagini. Da lì il passaggio alla fotografia paesaggistica e poi artistica è stato breve. L’impegno ambientalista è qualcosa che cresce insieme a me, desidero che la mia passione per la Terra si trasformi in qualcosa di più grande.

Puoi parlarmi del tuo metodo di lavoro?
Se intendi come realizzo le mie fotografie, posso dirti che sono degli screenshot. Non ho un metodo ben definito,
sicuramente ho degli strumenti: computer, smartphone, internet. Mi prendo molto tempo per riflettere prima di realizzare una nuova serie fotografica.
La maggior parte delle volte inizia tutto da un input non cercato, arrivato casualmente, poi indago interiormente il mio pensiero, i miei valori.
Cerco di viaggiare tutte le volte che posso, mi piace riflettere su nuove idee durante uno spostamento in treno o in aereo. Visito mostre, leggo, cerco di captare segnali spontanei, perché nulla accade per caso, e annoto appunti.
Sarà la stratificazione di questi appunti a condurmi alle serie fotografiche che realizzerò in futuro. Ad esempio, ricordo che per arrivare all’idea di voler creare le bandiere satellitari della serie All Colors of the World impiegai più di un anno e tutto ebbe inizio visitando una collettiva fotografica sul viaggio nel Mediterraneo dei migranti africani presso la Fondazione Forma di Milano.

Sei anche un viaggiatore reale oltre che virtuale? Hai visitato qualche posto che hai immortalato dal satellite? Se si, qual è stato l’impatto? Quali sensazioni hai provato “dal vivo”?
Nel 2011, quando iniziai questa sperimentazione, avevo raggiunto la consapevolezza di non essere libero, mi sentivo schiavo di un sistema che non mi realizzava abbastanza. Il tempo per viaggiare era davvero limitato, ciò nonostante ero riuscito a visitare, oltre l’Italia, l’Andalusia, la Provenza, il Canada, New York, Berlino.
Adesso sono molto più libero e felice, anche se al momento i miei spostamenti sono quasi sempre collegati all’attività artistica. Nel 2014 andai alla ricerca di un luogo fotografato con il satellite nella laguna veneta. L’intenzione originaria era quella di andare a prelevare un campione di terra: avevo un’idea che ho poi abbandonato
perché non userò mai la manualità (desidero che l’espressione artistica dei miei lavori sia guidata dalla spontaneità creativa della natura). Presi un battello di buon mattino per raggiungere Punta Sabbioni e proseguii in mountain bike per un paio d’ore verificando la mia posizione con il gps dello smartphone. È rimasto il ricordo di un’esperienza magnifica! Una sensazione tra l’esplorazione, la meraviglia e la gioia di vivere.

Leggendo i tuoi cataloghi noto un’importante attenzione anche al linguaggio utilizzato. Fai uso di “giochi di parole” e di metalinguaggio, sovrapponi piani formali e concettuali per “visioni” aumentate sia nelle immagini che nei testi. Da dove deriva e che ruolo assegni a questa inclinazione?
Cos’è la realtà? Cos’è il tempo? Basta cambiare punto di vista perché tutto assuma un ulteriore significato. Credo che molti affascinanti aspetti della vita sulla Terra siano ancora da scoprire, non sappiamo neppure noi stessi cosa siamo realmente o qual è il senso della nostra vita.
Forse è arrivato il momento – da specie più intelligente del pianeta – di fermarsi un attimo a riflettere sulla direzione collettiva che stiamo prendendo come genere umano, se stiamo usando la nostra intelligenza per inventare un futuro di benessere condiviso o se siamo solo artefici di un declino. Tutti abbiamo compreso che il progresso guidato dal capitalismo ci sta conducendo a una forma egoistica di vita che non può portarci alla vera felicità, pertanto il ruolo che ha questa mia inclinazione potrebbe essere un desiderio di indagare oltre il senso della realtà conosciuta, e il tutto si riflette sicuramente nei miei lavori, nel mio pensiero.

Come nasce, con che finalità, che progetti ha in cantiere il “neo” collettivo Gruppo d’Arte Fotografico Satellitare?
Il Gruppo d’Arte Fotografico Satellitare nasce dal mio impegno. Ho deciso di contattare gli altri artisti quando ho scoperto di non essere stato il solo ad indagare sul mondo dalla prospettiva satellitare tramite i canali Google. Quasi contemporaneamente, tra il 2009 e il 2011, Jenny Odell da San Francisco, io da Palermo, Federico Winer da Buenos Aires, David Thomas Smith da Dublino, Stephen Lund da Victoria e Carloalberto Treccani da Brescia abbiamo sperimentato modi particolari e personali di osservazione e raffigurazione del paesaggio attraverso il medium satellitare. I nostri lavori invitano alla riflessione sulla reale necessità di riconsiderare il nostro approccio alla Terra. La prima mostra “SpacEarth” curata da Maurizio Marco Tozzi, realizzata presso la galleria LABottega di Pietrasanta è stato solo il primo passo, adesso dobbiamo presentare il gruppo ai curatori internazionali, programmare nuove esposizioni. Spero possa un giorno diventare un importante movimento artistico, che parli della Terra nella modernità del nostro secolo.

Che tipo di consenso/interesse/mercato ha la Web Landscape Art in Italia rispetto all’estero?
Nella maggior parte dei casi, in Italia sono io a cercare contatti, stringere collaborazioni che condurranno a creare esposizioni e di conseguenza “mercato” per la mia arte. L’interesse, il consenso riscontrato dai visitatori è sempre stato ampio a qualsiasi livello.
All’estero avviene esattamente il contrario, mi dedico solo ad essere presente nel migliore dei modi su internet e di tanto in tanto mi arriva una email da qualcuno che è rimasto affascinato dalla mia arte e mi propone una collaborazione. È arrivata così la pubblicazione sul libro “Behance” di Adobe, le diverse collaborazioni con Saatchi Art, la presenza su quotidiani nazionali in Cina, Olanda, Usa e il progetto più recente di Samsung “The Frame”.

Nella tua arte ci sono molte contaminazioni: dalla Land Art in Web Landascape Photography, alle correnti artistiche famose in e-ART-h, alla cartografia antropomorfa nella serie Earth Portrait, quali le prossime?
Nei miei pensieri attualmente non c’è una nuova serie satellitare. L’ultima l’ho presentata in questi giorni: 38° Parallelo, ovvero il giro del mondo in una fotografia di 9 m x 20 cm, isolare per mettere in evidenza. Come dice Franco Fontana: l’arte dell’artista e la sua missione sono quelle di rendere visibile l’invisibile. Nei miei prossimi lavori vorrei indagare sullo spazio da una prospettiva nuova, ma è ancora presto per parlarne. Nel frattempo amplierò le serie esistenti.

Alla vigilia degli “-anta” hai già fatto un bilancio della tua carriera artistica?
No, mi sembra presto. La mia carriera artistica è iniziata in età adulta. Dieci anni fa ero solo un appassionato di fotografia paesaggistica, sei anni fa inventai la Web Landscape Photography e solo tre anni fa decisi di intraprendere seriamente la carriera artistica, abbandonando il mestiere di grafico. Se volessi fare un bilancio degli ultimi tre anni, direi che sono stati impegnativi nel riuscire a finanziare gli eventi, piacevoli ed entusiasmanti nella sperimentazione.
Aver letto articoli in otto lingue differenti che parlano delle mie sperimentazioni artistiche mi rende molto felice perché significa che forse mi sto impegnando bene per una causa che mi sta a cuore: riuscire a far crescere il più possibile il messaggio che la Terra va amata e rispettata come un’opera d’arte!

Intervista di Maria Chiara Wang, 18 novembre 2017